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Cambiamenti climatici, l’impatto sul sistema socio-economico nei prossimi trent’anni

I risultati del report McKinsey “Climate risk and response: Physical hazards and socioeconomic impacts”. L’aumento delle temperature rischia di sconvolgere l’assetto attuale del pianeta. A rimetterci saranno i Paesi con Pil pro capite più bassi, mentre Russia, Canada e Europa del Nord potrebbero guadagnarci.

29 Gen 2020

I cambiamenti climatici rischiano di avere un forte impatto negativo sul sistema socio-economico del pianeta, nei prossimi trent’anni. Anche se non tutti i paesi ci rimetteranno: alcuni, come Russia, Canada ed Europa del Nord, potrebbero guadagnare dalla nuova situazione ambientale che verrà a crearsi. Nelle loro decisioni, aziende, investitori e governi non possono quindi prescindere da una valutazione dei rischi climatici. È quanto afferma il report del McKinsey Global Institute dal titolo “Climate risk and response: Physical hazards and socioeconomic impacts”, rilasciato alla metà di gennaio, che analizza in particolare proprio le ripercussioni sociali ed economiche del fenomeno in atto prendendo in esame 105 paesi in tutto il mondo. I ricercatori hanno collegato i modelli climatici con proiezioni economiche per esaminare nove casi che illustrano l’esposizione ai cambiamenti climatici estremi e prossimi alle “soglie fisiche”.

Questi cambiamenti influiscono sulla vita umana così come i fattori di produzione sui quali sono basate le nostre attività economiche e, per estensione, la preservazione della crescita e della salute. I ricercatori hanno misurato l’impatto dei cambiamenti climatici attraverso la loro capacità di degradare o distruggere quantità di capitale – umano, fisico e naturale – e i risultati dell’impatto socio-economico di questa azione di degrado o distruzione. L’effetto sulle attività economiche è misurato in GDP (Gross Domestic Product, Prodotto interno lordo o Pil) ed è conseguenza diretta dell’impatto di questi quantitativi di capitale.

I cambiamenti climatici faranno aumentare la resa dei raccolti nei “paesi freddi”

Il report ha ipotizzato uno scenario al 2050 in cui la concentrazione di gas serra permanga senza interventi di azioni di adattamento o mitigazione. Le conseguenze potrebbero essere sorprendenti: zone oggi considerate troppo fredde nella stagione estiva, come il mare del Nord, le coste della Germania o del Belgio e dell’Olanda, potrebbero diventare meta di turismo. A questo mutamento, però, farebbe da contraltare la penalizzazione di località turistiche dell’Europa meridionale, coinvolte dalle crescenti ondate di calore. Nel 2050 le temperature nel Mediterraneo saliranno facendo diminuire il volume d’acqua sulle coste di Grecia e Spagna di oltre il 15%. Città come Marsiglia e Madrid potrebbero avere un clima simile a quello che oggi hanno Algeri e Marrakech.

Secondo gli scienziati del clima, il numero di giorni “di forte disagio climatico” potrebbe aumentare notevolmente in molte località del Mediterraneo dove oggi si pratica il turismo balneare. E potrebbero essere molti a spostarsi verso le coste del Nord Europa, nel contempo diventate più gradevoli dal punto di vista climatico. Si verificherebbe perciò uno spostamento dei flussi turistici da sud verso nord.

Anche la Russia occidentale trarrebbe beneficio dall’aumento delle temperature. Ad esempio dal punto i vista dell’agricoltura: i rendimenti medi aumenterebbero del 4% entro il 2050. Altri paesi, però, situati più a sud, vedrebbero ridursi i raccolti di grano, mais, soia e riso. Questo perché la Russia, come la Germania e il Regno Unito, paesi oggi considerati “freddi”, diventeranno gradualmente più caldi e vedranno diminuire la siccità e aumentare le precipitazioni; di pari passo, i terreni reagiranno diversamente migliorando la resa dei raccolti. A beneficiare di questa mutata situazione climatica potrebbe essere anche il Canada, che avrebbe la possibilità di diventare uno dei principali produttori mondiali di grano.

Incremento medio della temperatura: oggi, 2030, 2050. Fonte: McKinsey

Il cambiamento del clima colpirà i paesi a più basso Pil pro capite

Sul fronte opposto, secondo il report McKinsey le aree più esposte ai rischi dei cambiamenti climatici sono quelle con i livelli di Pil pro capite più bassi, aree più povere che si affidano maggiormente alle risorse naturali e al lavoro all’aperto. Uno dei paesi che potrebbe essere più colpito è l’India, che già nel 2030 rischia di perdere il 2,5-4,5% di Pil annuo a causa di ondate di calore superiori alla soglia di sopravvivenza umana, a causa dell’aumento di temperature e umidità. Il report stima che “il numero di persone che vivono in aree dove esiste il rischio di ondate di calore potenzialmente letali potrebbe passare dall’attuale zero a un valore compreso tra 250 e 360 milioni entro il 2030, con una probabilità di accadimento del 9% annuo. Il numero potrebbe aumentare tra 700 milioni e 1,2 miliardi entro il 2050, con una probabilità di accadimento del 14% annuo”. L’innalzamento della temperatura degli oceani avrà ripercussioni negative sulle attività di pesca; di conseguenza, nel 2030, sempre se non interverranno fattori di mitigazione del fenomeno, subiranno un danno di reddito dai 650 agli 800 milioni di persone, impiegate a vario titolo nel settore ittico.

In Vietnam, nella città di Ho Chi Minh, i danni alle infrastrutture provocati dalle inondazioni potrebbero passare dai 100/300milioni attuali ai 500/1000 milioni di dollari nel 2050.

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Anche i paesi del Mediterraneo potrebbero subire danni all’agricoltura, dalla maggiore siccità e dall’aumento delle temperature; a farne le spese, ad esempio, potrebbe essere la produzione di uva da vino. Entro il 2030, tutti i 105 paesi presi in esame potrebbero sperimentare un incremento di almeno uno dei sei indicatori socioeconomici che sono stati identificati nella ricerca. La quota media delle ore lavorate all’aperto persa a causa di condizioni di calore e umidità estreme, nelle regioni esposte, potrebbe aumentare globalmente dal 10% attuale al 15 o 20% nel 2050. I territori che sperimenteranno cambiamenti di classificazione del clima potrebbero aumentare da circa il 25% attuale a oltre il 45%.

Lo studio stigmatizza poi l’impatto socio-economico dei cambiamenti climatici in atto: “i rischi climatici potrebbero generare ricadute su occupazione, redditi e settori collegati”. Ed è logico attendersi che i mercati finanziari reagiscano, anticipando il rischio nelle regioni interessate, con conseguenze su investimento dei capitali e assicurazioni. Avverte il rapporto McKinsey: “una maggiore comprensione del rischio climatico potrebbe portare a una difficoltà nell’ottenere prestiti a lungo termine, a una riduzione dei costi e della disponibilità di coperture assicurative e al calo dei terminal value”.

Un esempio di quello che potrebbe accadere è fornito dalla Florida dove si stima che le perdite causate dalle inondazioni potrebbero svalutare le case esposte (quelle a rischio) tra il 15 e il 35% entro il 2050, ossia di un controvalore compreso tra 30 e 80 miliardi di dollari.

Cambiamento nella quantità di precipitazioni: oggi, 2030, 2050. Fonte: McKinsey

“Dopo oltre 10mila anni di relativa stabilità – l’intera era della civilizzazione umana -”, si legge nel report McKinsey, “il clima della Terra sta cambiando. All’innalzarsi delle temperature, gravi rischi come le ondate di calore e le inondazioni stanno aumentando in frequenza e gravità, e il rischio cronico, sia di siccità, sia di innalzamento del livello del mare, si va intensificando”.

Cosa si sta facendo per prevenire i danni ipotizzati in questo scenario? Il report McKinsey indica fra i 30mila e i 50mila miliardi di dollari la spesa per investimenti infrastrutturali nei prossimi 10 anni e aggiunge che “una progettazione che tenga conto del rischio climatico può contribuire a contenere i costi di riparazione e ricostruzione per danni derivanti dal clima”.

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