Speciale COP27

COP27: questa volta il bicchiere è mezzo vuoto

Si è chiusa la Conferenza sul clima di Sharm El-Sheik: nonostante l’importante accordo sull’istituzione di un fondo per il Loss & Damage, il bilancio resta negativo, a causa dell’assenza di concreti impegni di riduzione delle fonti fossili

21 Nov 2022

Gianluigi Torchiani

La COP27, dopo i tempi supplementari, si è definitivamente conclusa domenica mattina. Quale giudizio possiamo dare? Per la COP26 di Glasgow avevamo detto che il bicchiere poteva apparire sia mezzo pieno che mezzo vuoto, dal momento che l’applicazione di buona parte degli impegni climatici presi erano stati rinviati al 2022. Oggi, il bicchiere appare soprattutto come mezzo vuoto, nonostante l’istituzione molto positiva di un Fondo per il finanziamento delle perdite e dei danni (Loss and damage). Ma andiamo con ordine: nel documento finale partorito dalla CO27 (qui lo speciale di ESG360.it) si riconosce che per mantenere l’obiettivo di 1,5 gradi sia necessaria una riduzione delle emissioni del 43% al 2030 rispetto al 2019. Con gli impegni di decarbonizzazione attuali tuttavia il taglio di emissioni sarebbe solo dello 0,3% al 2030 rispetto al 2019. Per questi gli Stati che non hanno ancora aggiornato i loro obiettivi di decarbonizzazione (Ndc) sono stari invitati a farlo entro il 2023. In realtà, già entro questa COP27 avrebbero dovuto ripresentare i propri NDCs, invece solo 33 Paesi su quasi 200 l’hanno effettivamente fatto.

Il mancato stop ai combustibili fossili

Insomma, dalla conferenza scaturisce un altro rinvio, e, soprattutto, nessuna chiara intenzione di eliminare i combustibili fossili che, pure, come abbiamo raccontato più volte, rappresentano senza dubbio il maggiore ostacolo al contenimento del climate change. Nel documento, infatti, si sottolinea l’importanza della transizione alle fonti rinnovabili nonché l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili, ma si chiede soltanto la “riduzione della produzione elettrica a carbone, non l’eliminazione”. Su questo punto l’associazione ambientalista Greenpeace è estremamente chiara, puntando il dito contro la presidenza egiziana della COP27, gli Stati petroliferi e “un piccolo esercito di lobbisti dei combustibili fossili erano presenti in forze a Sharm el-Sheikh”. In effetti l’Egitto, Paese esportatore di gas, ha sicuramente avuto un peso nel limitare gli impegni da assumere contro le fonti tradizionali, responsabili di circa 2/3 delle emissioni climalteranti globali. Delusione è stata espressa anche dalla Commissione europea: “Quello che abbiamo davanti non è abbastanza da costituire un passo in avanti per la popolazione del pianeta. Non porta sufficienti sforzi aggiuntivi da parte degli inquinatori maggiori per un incremento e un’accelerazione delle loro emissioni”, ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans.

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L’intesa sul Loss & damage

Insomma, sul piano del contenimento delle emissioni legate alle fonti fossili non abbiamo visto passi in avanti. E abbiamo un anno in meno a disposizione, fattore non certo di poco conto per un problema che ha poco tempo per essere affrontato. Qualche passo in più, forse legato al fatto che la Conferenza sul clima si è comunque tenuta in un Paese in via di sviluppo, si è avuto dal punto di vista dei finanziamenti necessari alla trasformazione green. Nel documento si sottolinea come la trasformazione globale verso un’economia a basse emissioni di carbonio dovrebbe richiedere investimenti per almeno 4-6 trilioni di dollari all’anno. Quantitativi che, naturalmente, sono più difficile da recuperare per le economie dei Paesi poveri: nel documento finale si esprime seria preoccupazione per il fatto che l’obiettivo delle parti dei paesi sviluppati di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 non sia stato ancora raggiunto,: dunque i paesi sviluppati sono sollecitati a raggiungere l’obiettivo e le banche multilaterali di sviluppo e le istituzioni finanziarie internazionali invitate a mobilitare finanziamenti per il clima .

L’aspetto più concreto dell’intera CO27 è che il documento finale prevede per la prima volta la nascita di un fondo per i ristori delle perdite e i danni del cambiamento climatico (loss and damage) già in atto nei paesi più vulnerabili, superando la storica opposizione dei Paesi occidentali. In effetti, come abbiamo raccontato più volte, il climate change è già tra noi e sta iniziando da tempo a produrre danni, che tendenzialmente sono più impattanti nell’emisfero Sud che in quello Nord.
Greenpeace valuta molto positivamente la nascita di questo fondo, che “significa finanziamenti nuovi e aggiuntivi per i Paesi in via di sviluppo e le comunità vulnerabili al clima, non solo per le perdite e i danni, ma anche per l’adattamento e la mitigazione.”. L’accordo prevede che il prossimo anno un comitato di 24 Paesi definisca i dettagli del fondo, le nazioni e le istituzioni finanziarie che dovranno contribuire e la destinazione del denaro. In altre parole, anche se la decisione è di portata storica, il funzionamento concreto del fondo è ancora tutto da costruire e, soprattutto, chi dovrà tirare fuori le risorse per alimentarlo. Visti gli impegni disattesi sui finanziamenti ai paesi in via di Sviluppo in tutti questi non c’è troppo da essere ottimisti. Tanto che Greenpeace promette di “vigilare”.

Il perchè di un bilancio deludente

E L’Italia? Oggettivamente, nonostante il ricco padiglione Italia allestito in Egitto, l’azione non è stata particolarmente incisiva. Ma con il nuovo Governo appena insediato e con nuovi ministri e funzionari catapultati su un tema così importante, era probabilmente difficile attendersi qualcosa di più. Potremo giudicare meglio alla COP28 di Dubai, che sarà in programma dal 30 novembre al 12 dicembre 2023.
Infine una chiosa finale: è chiaro che il successo e l’insuccesso di una COP27 va al di là dei 14 giorni pubblici, ma dipende dalla grande attività dietro le quinte condotta da funzionari ed esperti, destinata a ripartire già nelle prossime settimane. È chiaro che il 2022, anno caratterizzato dalla guerra in Ucraina e dalle sue enormi conseguenze, non è stato l’anno ideale per condurre questo genere di trattative, con risorse ed energie che sono state probabilmente sottratte alla gestione dell’emergenza in atto. Questo può contribuire a spiegare il bilancio – abbastanza deludente – di questa Cop27.

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Gianluigi Torchiani

Nato a Cagliari nel 1981, giornalista professionista, scrive da quindici anni di tecnologia ed energia. Dal 2014 è editor per il Gruppo Digital360

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