Cambiamento climatico

Un mese alla COP27, tra opportunità e ostacoli da superare

La crisi energetica e le tensioni internazionali rischiano di condizionare l’andamento della Conferenza Onu sul clima, in programma dal 6 al 18 novembre in Egitto

05 Ott 2022

Gianluigi Torchiani

Manca ormai appena un mese alla COP27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022, in programma dal 6 al 18 novembre a Sharm El-Sheik (qui sul sito di ESG360.it potete trovare degli aggiornamenti puntuali sulla conferenza). Proviamo perciò a tracciare un primo quadro di aspettative e possibilità di questo importante appuntamento internazionale, provando a fissare alcuni punti. Innanzitutto partiamo dal Paese ospitante che, come dimostrato dal Regno Unito in occasione della COP26, ha un ruolo non certo trascurabile nel dettare l’agenda della manifestazione e promuovere alcune iniziative.

L’Egitto è un paese che rappresenta solo lo 0,6% delle emissioni globali di gas serra (GHG) e si colloca al ventottesimo nella lista globale, ma è comunque una realtà economica e politica di primo livello dell’Africa, tanto da rappresentare il 13% delle emissioni complessive di GHG dell’intero continente africano. Un continente che, tra l’altro, è particolarmente esposto ai cambiamenti climatici, in particolare sul versante della desertificazione, che mettono a rischio la faticosa risalita economica dell’Africa degli ultimi decenni.

Cosa farà l’Egitto

L’aspettativa degli esperti è che quindi l’Egitto coglierà l’occasione della Cop27 per proporsi come capofila della transizione energetica verde: “Tra le aree chiave di interesse ci sarà la promessa di innovazione e tecnologie pulite, nonché la centralità dell’acqua e dell’agricoltura alla crisi climatica. Oltre alla perdita di biodiversità, alla transizione energetica, agli sforzi di decarbonizzazione e alla finanza, verrà messo in evidenza anche il ruolo della scienza”, si legge sul sito della Cop27 a presidenza egiziana. .

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Il regime egiziano si farà anche portavoce della necessità di aumentare i finanziamenti globali per le politiche di adattamento e mitigazione del climate change. Nel sito della Cop27 si legge come “L’importanza dell’adeguatezza e della prevedibilità dei finanziamenti per il clima è fondamentale per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi”. Il riferimento è ai 100 miliardi di dollari di finanziamenti annuali promessi dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo per mitigare il climate change, in realtà mai poi effettivamente consegnati per intero.

Sullo sfondo di queste complesse partite c’è naturalmente il tema originario della discussione, ovvero il cambiamento climatico che, nonostante sia un po’ scomparso dalle prime pagine dei giornali, è ancora invece pienamente in atto, come peraltro ricordano i periodici report dell’IPCC. Che hanno messo in evidenza come sia necessario che il pianeta rimanga al di sotto di un aumento della temperatura di 1,5 °C per evitare un disastro climatico. Per raggiungere questo obiettivo, entro il 2030, i livelli di emissione dovrebbero essere dimezzati. Pertanto, logica vorrebbe che in occasione d Sharm el-Sheikh ci siano nuovi annunci e impegni da parte dei Paesi per ridurre le emissioni e rimanere al di sotto della soglia di 1,5 °C.

Gli effetti della guerra

Il problema è che, come peraltro già visto in occasione di COP26, gli Stati tendono a dilazionare quanto più possibile le scelte difficili in materia di energia e ambiente. Tanto che, come capitato a Glasgow, gli impegni più importanti vengono rimandati all’anno successivo, nella speranza che intervengano fatti nuovi. Il problema che il fatto nuovo è capitato, ma stavolta non sembra certo a favore della decarbonizzazione del pianeta. Parliamo naturalmente della crisi energetica internazionale innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: se è vero che l’Unione Europea sembra puntare soprattutto sulle rinnovabili per far fronte all’addio alle importazioni russe nel medio-lungo termine, è anche vero che nel breve periodo si è assistito a una ripartenza delle inquinanti centrali a carbone, fenomeno che è stato ulteriormente accentuato nel resto del Pianeta. Quasi ovunque, con la giustificazione di superiori interessi di sicurezza nazionale, i Governi hanno promosso o favorito la ripresa delle perforazioni di petrolio e gas (come si è visto anche nelle posizioni di diversi partiti nella recente campagna elettorale italiana). D’altra parte è vero che la situazione internazionale, unitamente al rialzo dei prezzi dei beni energetici, ha posto una maggiore consapevolezza sulla necessità dell’efficienza energetica, che invece era rimasta un po’ ai margini delle precedenti conferenze Onu sul clima. È invece probabile che in Egitto la diminuzione e l’ottimizzazione dei consumi rappresenti un tema destinato a trovare maggiore spazio negli eventi e nei documenti finali.
Insomma, in un momento di grande difficoltà per il pianeta e le relazioni internazionali, c’è necessità di “trasformare il risultato di Glasgow in azione e iniziare con la sua attuazione”, come si legge nel sito della presidenza egiziana. Ma non sarà semplice trovare una quadra nei dodici giorni di negoziati.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Gianluigi Torchiani

Nato a Cagliari nel 1981, giornalista professionista, scrive da quindici anni di tecnologia ed energia. Dal 2014 è editor per il Gruppo Digital360

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