Ricerche

Idrogeno: per l’Italia ottime potenzialità ma occorre investire nella filiera

Un report di The European House – Fondazione Ambrosetti mette in evidenza come l’idrogeno, grazie alla sua capacità di coprire i settori hard to habate, potrebbe assicurare il 25% del fabbisogno energetico nazionale al 2050

Pubblicato il 23 Giu 2023

Lo sviluppo dell’idrogeno è in grado di assicurare un pezzo importante della transizione energetica e della decarbonizzazione italiana, ma l’Italia deve mettersi nelle condizioni di cogliere come Sistema Paese questa importante opportunità di sviluppo industriale. Questa la principale conclusione di un apposito report appena rilasciato da The European House – Ambrosetti, che appare particolarmente ottimista sulle prospettive di questa risorsa energetica. Il punto di vista della ricerca è che, grazie alla sua versatilità, l’idrogeno possa svolgere un ruolo chiave nella decarbonizzazione dei settori dove è più complesso ridurre le emissioni (“Hard to Abate”), come i trasporti pesanti e l’industria, dove l’elettrificazione non è un’opzione praticabile. Numericamente, l’aspettativa è che l’idrogeno possa coprire  l’11% del fabbisogno su scala globale, mentre in Italia il potenziale sarebbe persino superiore e pari al 25% al 2050. Non solo:  la filiera dell’idrogeno consentirebbe di ridurre le emissioni di CO2 del 28% entro il 2050 e di generare un valore cumulato della produzione compreso tra 890 e 1.500 miliardi di euro e tra 320.000 e 540.000 nuovi posti di lavoro.

La situazione di partenza

Ma qual è la situazione di partenza? The European House – Ambrosetti ha mappato nel dettaglio la catena del valore dell’idrogeno in Italia, individuando 90 tecnologie che potrebbero generare nel 2050 un valore aggiunto annuo compreso tra i 22,6 e 101,4 miliardi di euro. Il Paese rappresenta già un esempio di eccellenza su scala europea collocandosi al 1° posto tra i produttori industriali in Europa in campo termico, con una quota di mercato del 24,4% e con un valore della produzione pari a 6,9 miliardi di euro, e al 2° posto in area UE come produttore industriale nelle tecnologie meccaniche, registrando un valore della produzione pari a 4,6 miliardi di euro.  Il report auspica dunque che l’Italia investa sulla filiera dell’idrogeno anche nel settore dell’elettrico dove, con una quota di mercato dell’8,1%, è molto lontana dai risultati ottenuti in Germania (42,3%) e in Francia (14,8%), nonchè nel campo dei sistemi di controllo dove la quota di mercato è ancora più bassa (6,7%).

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Eppure, nonostante il Paese possieda delle competenze distintive nella produzione di tecnologie specifiche correlate all’uso dell’idrogeno, i progetti avviati sono minori rispetto ad altri paesi UE e su scala ridotta: solo 13, contro i 46 della Germania e i 33 di Spagna e Paesi Bassi.

Il ruolo del PNRR

Molte aspettative erano riposte nel PNRR, che ha stanziato 3,19 miliardi di euro per la produzione di idrogeno in siti dismessi (le “Hydrogen Valley”, 500 milioni), l’utilizzo dell’idrogeno in settori Hard to Abate (2 miliardi), la sperimentazione dell’idrogeno per il trasporto stradale (230 milioni) e ferroviario (30 milioni) e per la ricerca e sviluppo sull’idrogeno (160 milioni). Secondo il report, però, queste risorse non sono però sufficienti a sviluppare efficacemente la filiera dell’idrogeno, specialmente se paragonate con quanto fatto in altri contesti. In particolare, per l’intera UE, c’è un elevato rischio che gli investimenti internazionali vengano assorbiti dagli Stati Uniti, alla luce dei più importanti (e semplici) fondi previsti dall’Inflation Reduction Act (2022), rivolti agli utilizzatori nella forma di tax credit per kg di idrogeno decarbonizzato prodotto (non necessariamente verde).

Come spesso accade, poi, il contributo del PNRR potrebbe essere limitato dalla criticità normative: in riferimento alle hydrogen valley, c’è il tema delle tempistiche ristrette che intercorrono tra la data di pubblicazione dei bandi e quella della scadenza delle presentazioni delle offerte, che limitano la capacità degli operatori economici coinvolti di organizzarsi e stipulare accordi. Inoltre, tutti gli stanziamenti pubblici, in particolar modo quelli mirati alla misura Hard to Abate, si concentrano prevalentemente sugli investimenti iniziali (capex), tralasciando l’importanza di investire sulle spese operative (opex) che potrebbero garantire la riduzione del divario con le alternative a combustibile fossili

Una visione a lungo termine

“È fondamentale che l’Italia faccia dell’idrogeno un volano di sostenibilità e competitività economica per porre le basi di una leadership industriale a livello globale che sia anche in linea con gli obiettivi di sostenibilità ambientale –  ha dichiarato Valerio De MolliManaging Partner & CEO di The European House – Ambrosetti -. Perché ciò avvenga, è necessaria una strategia nazionale dell’idrogeno con una duplice impostazione: deve basarsi sulle caratteristiche industriali in modo da promuovere l’utilizzo di idrogeno nei settori prioritari – come il petrolchimico e il trasporto pesante – e favorire opportunità per la riconversione industriale di intere filiere legate alla produzione di tecnologie per combustibili tradizionali. L’Italia può già contare su competenze e specificità industriali in materia di tecnologie termiche e meccaniche, che sono rispettivamente al primo e secondo posto in UE27 per valore aggiunto. Ma ciò che serve nell’immediato futuro è definire una visione di policy a lungo termine che coniughi la visione industriale con gli obiettivi di sostenibilità secondo un principio di neutralità tecnologica. Il ruolo guida deve essere affidato a un apparato di governance che collabori con le istituzioni italiane del settore per la realizzazione, il monitoraggio e l’aggiornamento della strategia nazionale dell’idrogeno. Il lavoro della Community Idrogeno di The European House – Ambrosetti si inserisce in questo solco e vuole supportare aziende e istituzioni nel creare le premesse per progettualità di ampio respiro”.

Le proposte di Policy

Tra le proposte di Policy del report, c’è la necessità di definire una chiara strategia nazionale che coniughi la visione industriale con gli obiettivi di sostenibilità, attraverso un dialogo proattivo tra i principali stakeholder. Per questo potrebbe essere necessario istituire un apparato di governance per la realizzazione, il monitoraggio e l’aggiornamento della strategia nazionale dell’idrogeno in accordo con le principali istituzioni del settore e, all’interno di esso, un gruppo di advisor indipendenti, sulla scorta del modello tedesco, e una figura di raccordo seguendo l’esempio dell’Hydrogen Champion nel Regno Unito.

Fondamentale sarebbe poi creare un apparato di policy a lungo termine e ben delineato al fine di attrarre investimenti.  In tal senso, per quanto riguarda la visione industriale italiana, serve procedere lungo due direttrici: riconversione delle tecnologie di oil&gas verso l’idrogeno e aumento della competitività di prodotti sostenibili nei settori Hard to Abate.

Infine, nel report si avanza la necessità dell’Italia di farsi portavoce del principio di neutralità tecnologica nell’UE, in modo da poter sfruttare l’idrogeno low carbon nel breve periodo nel processo di transizione all’idrogeno verde, nonché avviare lo sviluppo delle infrastrutture per trasformare l’Italia in un “Hub europeo” di importazione di idrogeno dall’Africa e dal Medio Oriente.

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