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Idrogeno: il vero ruolo chiave è per la stabilità del sistema elettrico

Un recente convegno organizzato dall’Università Bocconi ha messo in evidenza le potenzialità di questa fonte nel nostro Paese, alla luce dei crescenti impegni sulla decarbonizzazione del sistema energetico

04 Mag 2022

Gianluigi Torchiani

Più che per la mobilità e la decarbonizzazione di alcune specifiche industrie, l’idrogeno dovrà affermarsi soprattutto per bilanciare un sistema elettrico che in futuro sarà sempre più dominato dalla presenza delle rinnovabili intermittenti. Questa la principale conclusione che arriva da un convegno organizzato dall’Università Bocconi di Milano, intitolato “Le prospettive dell’idrogeno come vettore energetico”, che ha fatto il punto su una fonte di cui ormai si sta iniziando a parlare moltissimo. Come ha ricordato Stefano Campanari del Politecnico di Milano, sulla Terra non esiste una disponibilità di idrogeno in natura, che deve perciò essere estratto con appositi processi (che richiedono l’utilizzo energia). Soltanto dopo questo passaggio si ottiene l’idrogeno, che può essere allora impiegato come vettore energetico. I processi tradizionali di produzione sono in gran parte consolidati, ma al momento sono tutt’altro che green. Come ha evidenziato Edoardo Croci, coordinatore dell’Osservatorio Smart City, GREEN Università Bocconi, “Oggi la produzione di idrogeno è fatta quasi esclusivamente con le fonti fossili, ovvero con il gas senza CCS e carbone, mentre è al momento del tutto trascurabile l’apporto delle rinnovabili. Non a caso la produzione di idrogeno è stata responsabile di 900 milioni di tonnellate di emissioni, un quantitativo significativo e pari a circa il 2% della CO2 globale. Dunque, perché possa giocare un ruolo della transizione energetica, deve essere decarbonizzato il ciclo di produzione dell’idrogeno stesso”. Oltre all’aspetto ambientale gioca un ruolo rilevante anche il tema dei costi produzione: oggi la forma più conveniente è quella che prevede l’utilizzo del gas senza CCS, mentre quella a partire dalle rinnovabili presenta attualmente un costo alto e non competitivo. È prevista però una forte riduzione del costo di produzione, inoltre la crescita del prezzo del carbonio a livello internazionale dovrebbe far aumentare i conti dell’idrogeno di origine fossile.

Il contributo alla stabilizzazione della rete elettrica

In ogni caso, è evidente che la decarbonizzazione dell’idrogeno richiederà all’Europa investimenti giganteschi, nell’ordine delle centinaia di miliardi di euro. La grande domanda, dunque, è: conviene davvero  impegnarsi in tal senso? Francesco Gulli dell’Università Bocconi, ha messo in luce come “Di economia dell’idrogeno non si parla certo soltanto adesso, siamo almeno alla quarta ondata, la penultima delle quali è stata in seguito a pubblicazione del libro l’economia dell’idrogeno di Rifkin. Che è stato un best seller, a cui sono però seguiti pochi fatti. Ma le cose cambiano nel tempo. In particolare la Ue negli ultimi 20 anni si è data degli obiettivi ambientali ambiziosi, nella prospettiva di uno scenario Net Zero al 2050. A questo si è affiancata riduzione sostanziale dei costi delle rinnovabili. In questo contesto può entrare in gioco l’idrogeno verde, spesso pensato per decarbonizzare i settori hard to abate. Ma in realtà ha la possibilità di andare oltre”. In particolare, più che sulla mobilità, dove sembra essere sempre più chiuso dall’elettrificazione anche sul fronte dei trasporti pesanti, l’idrogeno può giocare una partita decisiva nella stabilizzazione del sistema elettrico. Il gas prodotto a partire dall’elettrolisi può essere infatti utilizzato in un secondo momento per produrre nuovamente energia elettrica tramite le celle a combustibile. Rendendo così possibile sopperire ai momenti di difficolta di un sistema che sarà sempre più dominato dalla presenza delle rinnovabili non programmabili come eolico e fotovoltaico: “ In Italia sono previsti 60 GW di nuova potenza rinnovabile al 2030, in buona parte non programmabile (58 GW). Un’ulteriore crescita è prevista al 2050: dunque c’è un bisogno estremo di flessibilità per il sistema. Gli elettrolizzatori avranno una grande responsabilità nel fornire questa flessibilità, partecipando alla fornitura di servizi di bilanciamento e riserva di potenza. Ci sono già diversi progetti attivi in questo senso. I punti aperti sono tantissimi, ma sicuramente in tutti gli scenari che mappiamo si osserva che le prospettive dell’idrogeno sono crescenti, a meno di novità clamorose che cambino completamente il quadro. Occorre però che l’idrogeno rispetti la promessa di fornire flessibilità al sistema elettrico, altrimenti i numeri prospettati nei diversi report non saranno raggiungibili”, ha puntualizzato Alberto Gelmini di RSE.

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La spinta del PNRR

L’idrogeno green, sebbene ancora tutto da creare, rappresenta dunque una delle leve chiave per la decarbonizzazione del settore energia, come peraltro dimostra la strategia apposita approvata un paio di anni fa, che prevede un apposita roadmap caratterizzata da tempi abbastanza stringenti (previsti 30 GW di elettrolizzatori al 2030). Sul piatto ci sono poi i 9,3 miliardi di euro di investimenti nell’idrogeno verde presenti nei diversi PNRR dei Paesi europei, senza considerare tutti gli altri meccanismi e strumenti che possono spingere questa risorsa. Anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano va in questa direzione, come ha evidenziato Paolo D’Aprile, Capo Dipartimento Unità di Missione per il PNRR del Mite :” Il PNRR è un acceleratore della transizione ecologica e punta ad assicurare una maggiore indipendenza energetica del Paese. In questo senso l’idrogeno rappresenta una leva importante anche se magari non nel breve periodo e nel PNNR sono previste tutta una serie di iniziative in tal senso, che si snodano lungo tutta la catena del valore” . Il PNRR prevede fondi per la ricerca e sviluppo legata all’idrogeno (0,16 miliardi di euro), per lo sviluppo della capacità di produzione (450 milioni per gli elettrolizzatori, per lo sviluppo di almeno 10 progetti di produzione di idrogeno in aree dismesse (500 milioni) e l’impiego in settori hard ho abate (2 miliardi euro).

Il tema della normativa

In questi mesi i bandi stanno prendendo il via, incontrando peraltro anche elevate manifestazioni elevate di interesse delle regioni. Le sfide per l’implementazione sono quelle del coordinamento, dell’attrazione di risorse finanziarie e della possibilità di avere a disposizione un framework regolatorio adeguato. In effetti, quello della normativa appare essere un tema non da poco: come ha evidenziato Giuseppe Franco Ferrari, coordinatore Osservatorio Smart City, Dipartimento di Studi Giuridici Angelo Sraffa, Università Bocconi, l’ordinamento italiano sull’idrogeno è caratterizzato da una situazione di complessità. Non esiste infatti un codice unico, ma le norme sono sparse nell’ordinamento giuridico, alcune delle quali risalenti a parecchi decenni fa. In ogni caso gli interventi normativi più recenti vanno nella logica di una maggiore semplificazione, in particolare relativamente alla costruzione degli impianti.

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Gianluigi Torchiani

Nato a Cagliari nel 1981, giornalista professionista, scrive da quindici anni di tecnologia ed energia. Dal 2014 è editor per il Gruppo Digital360

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