Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Sostenibilità ambientale, è necessario un cambio di paradigma

L’essere umano deve trasformare i propri comportamenti da quelli di un cowboy delle praterie in quelli di un astronauta in una navicella spaziale, per rendere sostenibile la vita sulla Terra

17 Feb 2020

Luciana Di Giamberardino

Sustainability Specialist.

Sostenibilità, un tema che va affrontato con un cambio di paradigma: passare dall’approccio delle grandi “sconfinate praterie”, all’approccio della “navicella spaziale”, cioè da un approccio senza confini apprezzabili, laddove un effetto può essere assorbito da un sistema “aperto” in grado di ridurne l’impatto e dissiparne gli effetti, a un approccio a un sistema “chiuso” in cui ogni impatto continua a ridondare su tutti gli elementi del sistema risuonando su ciascun elemento senza subire alcuno smorzamento e anzi rischiando l’amplificazione. Se sei in una sconfinata prateria e lasci una bottiglia di plastica nel canyon, per moltissimi anni resterà lì, ma difficilmente verrà incrociata da qualcuno che non si trovi a passare per lo stesso identico tuo percorso. Se sei un astronauta in una stazione spaziale e ti sfugge un po’ di solvente durante un esperimento, devi toglierlo subito di torno, aspirarlo, stoccarlo in un recipiente e assicurarti che le eventuali altre goccioline disperse a gravità zero non se ne vadano in giro e possano essere respirate dai tuoi compagni. Un approccio completamente diverso in un paradigma completamente diverso.

Come attuare la Sostenibilità

La sfida, quindi è trasformarci da cowboy delle praterie in astronauti e cercare di capire cosa possiamo fare per rendere sostenibile la nostra vita sulla stazione spaziale che chiamiamo “Terra”. Se consideriamo le 17 azioni elencate dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, ci rendiamo conto che c’è molto da fare per:

  1. sconfiggere la povertà,
  2. sconfiggere la fame,
  3. aumentare salute e benessere,
  4. aumentare la qualità dell’istruzione,
  5. raggiungere la parità di genere,
  6. migliorare la pulizia dell’acqua e i servizi igienico sanitari,
  7. garantire energia pulita e renderla accessibile,
  8. rendere il lavoro dignitoso e consentire la crescita economica,
  9. favorire imprese d’innovazione e infrastrutture,
  10. ridurre le disuguaglianze,
  11. favorire città e comunità sostenibili,
  12. indurre consumo e produzione responsabili,
  13. lottare contro il cambiamento climatico,
  14. proteggere la vita sottomarina,
  15. proteggere la vita sulla Terra,
  16. favorire la pace la giustizia e la solidità delle istituzioni,
  17. favorire le partnership per il raggiungimento di tali obiettivi.

Sembrerebbe ci sia solo l’imbarazzo della scelta, per sapere da dove cominciare. Ma nell’intervenire su queste tematiche entrano in gioco equazioni che possono scoraggiare ogni iniziativa e ogni speranza di raccogliere i frutti dell’impegno.

Facciamo un esempio. Supponiamo di essere a bordo di un treno lanciato a grande velocità. Questa è l’attuale situazione emissiva in termini di CO2: insostenibile, incompatibile con la vita sul pianeta, il vaticinio di Greta Thunberg, l’urlo delle Organizzazioni mondiali, addirittura all’attivo di diversi Angelus domenicali in Vaticano.

Ora supponiamo di tirare una leva di emergenza e di sganciare la motrice del treno in modo da smettere di spingere il convoglio a quella velocità. Questo è TDAZE: The Day After Zero Emission, e dovremmo poter scommettere verosimilmente su ciò che attendiamo accada da quel momento in poi al pianeta, all’ambiente, e alla nostra vita. Ma la risposta di un sistema complesso come quello a cui appartiene il nostro globo terracqueo sarà tutt’altro che immediata.

E la risposta è che la prima cosa che accadrà sarà praticamente…“nulla”. Il nostro convoglio proseguirà la sua folle corsa per un bel pezzo. Per “inerzia”, si dice. Vale a dire che se niente interviene per togliere velocità al convoglio (un freno, un motore contrario, un muro, delle cariche esplosive disposte sui binari) il nostro treno smetterà di accelerare, ma continuerà la sua corsa per molto, moltissimo tempo.

Con l’ambiente le cose non vanno molto diversamente. Il giorno TDAZE, dopo l’interruzione delle emissioni CO2, la CO2 nell’atmosfera non sparirà magicamente, ma continuerà ad esserci, e i fenomeni avviati in modo sistemico continueranno a procedere esattamente così come il nostro convoglio. Per inerzia. Per quanto tempo le cose potrebbero continuare ad evolversi in questo modo? Gli esperti parlano di almeno un centinaio di anni.

E allora le domeniche a piedi per eccesso di nanoparticolato nell’aria delle città dovranno continuare a susseguirsi, gli incendi delle foreste continueranno, e così le estati “più calde di sempre” o gli inverni “più freddi di sempre” o gli uragani “più violenti di sempre”. Ogni anno continueranno a bruciare le foreste in California, ogni anno in Australia le temperature aumenteranno ancora, tempeste ed eventi climatici violenti diventeranno sempre più frequenti. Insomma: se anche raggiungessimo gli obiettivi di Parigi avremmo contenuto l’aumento di temperatura nei dintorni di 1,5 gradi in media entro la seconda metà del secolo. Il risultato di tali accordi, se applicati, sarebbe un rallentamento del peggioramento delle condizioni per almeno un secolo. Dunque né una stabilità, né un ritorno alla situazione precedente, né un miglioramento: ma un rallentamento del peggioramento. Si tratta sostanzialmente di sganciare la motrice, rallentare la corsa. La CO2 attuale nell’atmosfera rimarrà esattamente dove si trova ora. Dunque se anche azzerassimo le emissioni di CO2 da oggi, la “natura” potrebbe riuscire a sistemare le cose con i suoi tempi. In base alle stime ottimistiche potremmo ottenere i primi miglioramenti tra circa 80 anni, nelle simulazioni peggiori, tra i 1.200 e 1.700 anni!

Misurare l’utilità di una soluzione sostenibile

Adottiamo soluzioni e comportamenti sostenibili se percepiamo il vantaggio che possiamo trarne. È possibile applicare queste soluzioni e questi comportamenti su ciascuno degli ambiti suggeriti dalle Nazioni Unite? Certamente! Ma chi raccoglierà la sfida? L’ormai logoro Homo Oeconomicus che annaspa nei calcoli dei vantaggi e delle convenienze delle scelte di così lungo respiro o il nuovo Homo Sentimentalis che nella società liquida che caratterizza il nostro oggi è chiamato comunque a prendere decisioni numerose, rilevanti e impattanti per sé e per le generazioni a venire.

La funzione di utilità affrontata nella Teoria dei giochi suggerisce che scelte di Sostenibilità massimizzano il vantaggio per la collettività se tali scelte sono agite da tutti i suoi componenti.

L’Homo Oeconomicus barcolla…

Considerazioni sul ritorno nel tempo

A fronte dell’immediatezza richiesta nell’adozione del rimedio per contrastare il cambiamento climatico, i primi benefici potrebbero essere percepiti nel lungo-lunghissimo termine (molte decine di anni). L’Homo Oeconomicus per valutare l’opportunità di una scelta ha bisogno di calcolare almeno il tempo di ritorno del suo sforzo. Sostanzialmente il tempo entro il quale in cui i benefìci attesi si manifesteranno per compensare lo sforzo dell’investimento. Quale ritorno possiamo misurare oggi che ci dia la certezza della bontà e dell’efficacia dell’azione di contrasto al cambiamento climatico? È qui che l’Homo Sentimentalis interviene con la sua visione del contesto: quando si pianta un albero, non ci si attende un ritorno immediato sulla qualità dell’aria di quel giardino, ma innegabilmente si immaginerà un impatto negli anni di vita dell’albero diverso da zero, con effetti positivi sulla ricaptazione della CO2, sulla eventuale produzione di frutti, sul benessere connesso con la presenza di vegetazione etc.. Quando si manutiene un argine o un letto di un fiume ci si attende un ritorno nella mancanza di danni da condizioni climatiche avverse. Insomma l’Homo Sentimentalis basa le sue scelte sull’esperienza dei benefici prodotti dai comportamenti virtuosi di cui abbia fatto esperienza diretta o di cui sia venuto a conoscenza.

Considerazioni sulla condivisione delle scelte

L’Homo Oeconomicus è titubante: è richiesto un intervento corale, una collaborazione perfetta, solo in questo modo tutti potranno avere la loro parte di beneficio; ma che succede se un singolo uomo defeziona? Si approprierebbe di grandi vantaggi immediati, in barba alla collettività che continuerebbe ad attendere, magari invano, dei vantaggi ancora a più lungo termine. Ad esempio nel caso del blocco del traffico cittadino, se un partecipante decide disobbedire al blocco e di non lasciare la propria auto in garage e recarsi al lavoro privatamente sul proprio mezzo, verrà “premiato subito” dall’assenza di traffico in quella giornata, dalla facilità di spostamento, dalla rapidità di percorso fino al luogo di lavoro, salvo poi pagare delle salatissime multe. L’Homo Sentimentalis invece interviene lanciando la “moda” della sostenibilità affinché le persone che agiscono comportamenti sostenibili utilizzando mezzi non inquinanti, si sentano in armonia con l’ambiente e con la comunità, vivendo esperienze gratificanti e facendo esperienza di una felicità sostenibile. Investire su un uovo oggi per ottenere un vantaggio immediato, o investire su una gallina domani per attendere un maggiore vantaggio nel tempo.

Considerazioni sull’approccio culturale

L’Homo Oeconomicus si cimenta nel calcolare i tempi di ritorno di un cambiamento culturale che integri l’agire sostenibile come valore sociale condiviso, e ne esce sconfortato, l’Homo Sentimentalis si cimenta nel calcolo dei tempi di ritorno sull’intero ciclo di vita del pianeta e dei suoi abitanti e capisce che la scelta di sostenibilità è la scelta più responsabile, razionale e vantaggiosa che possa agire per se e per la collettività presente e futura.

Diventare agenti per la Sostenibilità

L’Homo Oeconomicus scuote la testa nel calcolare il tempo necessario per persuadere tutte le persone componenti delle società a scegliere l’agire sostenibile, l’Homo Sentimentalis comincia a raccontare la Sostenibilità alla sua cerchia più prossima, poi si espande alla realtà che vive, poi al modo virtuale che abita il web e i social e infine si mette in cammino per incontrare sul territorio e nelle loro realtà gli altri componenti della società e portare loro parole di speranza sulla possibilità di ottenere vantaggi concreti grazie alle scelte di Sostenibilità.

L’Homo Oeconomicus guarda con interesse e curiosità: ci sono mercati da sviluppare, fabbisogni da soddisfare, nuovi paradigmi da esplorare, nuovo benessere da conquistare, ma questa volta sarà un benessere per tutti. Ha già fatto esperienza di questo salto di benessere collettivo, anche a quel tempo non aveva subito afferrato come le macchine potessero lavorare al posto dell’uomo!

L’esempio del Fashion

La moda è una delle industrie più inquinanti, responsabile del 10% delle emissioni di diossido di carbonio in tutto il mondo. La moda cheap, inoltre, ha un ulteriore impatto inquinante in termini di nanoparticolato disperso nell’acqua; di grande diffusione, è costituita principalmente di capi sintetici in poliestere che, nel ciclo di vita d’uso dell’indumento, rilascia minuscole microfibre a ogni lavaggio del capo, aumentando tale rilascio inquinante tanto più quanto più vecchio diventa il capo. Queste microfibre sono così nanoscopiche che i filtri dell’impianto di trattamento dell’acqua non riescono a trattenerle e finiscono direttamente nei nostri sistemi idrici. Una volta nel sistema idrico attraggono per elettrostaticità sostanze come pesticidi e inquinanti a cui si legano e vengono ingerite dai pesci finendo nella nostra catena alimentare. Le microfibre di plastica, insalubri fino ad essere cancerogene, finiscono proprio nelle nostre pance.

Inoltre, grazie alla moda cheap, mentre la qualità degli acquisti si è abbassata, l’offerta è aumentata con il risultato che ci sono tanti, troppi abiti in circolazione, durano poco e le persone non sanno come disfarsene. Solo il 15-20% dei vestiti donati ai negozi delle charity arriva nei negozi delle charity. Tutto il resto finisce ad alimentare le discariche di tutto il mondo: 82 chilogrammi di vestiti per ogni persona ogni anno, 11 milioni di chilogrammi di capi di vestiario sversati nell’ambiente annualmente: è il numero totale di capi di abbigliamento che, ogni anno, vengono acquistati in tutto il mondo. La cifra, per forza di cose approssimativa, viene dal documentario “The True Cost”, già risalente al 2015, che denuncia l’impatto, sia in termini ambientali che di sfruttamento, dell’industria della moda.

Come si può intervenire sostenibilmente

Torniamo alla nostra scelta di Sostenibilità. Quali rimedi applicare immediatamente? Quali le soluzioni efficaci? Ora se proviamo ad applicare quanto detto, a proposito della immediata e completa interruzione di abitudini fortemente inquinanti, a un settore come quello della moda che, nel suo complesso, è l’unico davvero in crescita negli ultimi decenni ed è arrivata a valere 2.400 miliardi di dollari (stime della ricerca McKinsey: The State of Fashion 2017), ci rendiamo immediatamente conto che abbiamo bisogno di capire dove e come mettere le mani.

Sospendere da domani la produzione della moda sarebbe un’azione impraticabile che, comunque, non sortirebbe subito sugli effetti auspicati. Potremmo però accarezzare l’idea di creare nuove mode, far andare “di moda” fibre più sostenibili che abbiano un’impronta ecologica maggiormente compatibile con l’ambiente, il che potrebbe generare ulteriori sviluppi di questo importante settore economico. Potremmo ragionare sul fatto che alcune fibre naturali come il lino, per esempio, o la canapa sono più sostenibili, come anche alcune alghe. Potremmo riflettere sull’ipotesi di promuovere la ricerca per ottenere fibre sintetiche biodegradabili o facilmente riciclabili.

L’abilità dell’uomo di riconoscere la necessità di ricorrere a cambiamenti di paradigma ne ha caratterizzato l’evoluzione. Ora si presenta la sfida e l’occasione di affrontare un nuovo salto: non ci sono nuove terre da conquistare o nuove galassie verso cui migrare. È in questo unico pianeta di cui disponiamo che dobbiamo fare esperienza di nuovi paradigmi per esplorare nuove soluzioni globali e locali.

Finora molti impulsi al cambio di paradigma sono stati prodotti tramite strumenti di normazione e di supporto messi a punto in maniera corale da molti Stati e Organismi internazionali del pianeta, per tutti valgano il Protocollo di Kyoto e la recente Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Nell’ambito della Comunità Europea è in corso la definizione dei Piani di Azione Integrati per l’Energia e il Clima con cui ogni Stato membro si impegna ad attuare strategie di Sviluppo Sostenibile. Perché questi strumenti producano appieno gli effetti auspicati, occorre abilitare le persone e le comunità a fare esperienza delle virtuose iniziative di sviluppo sostenibile indicate, occorre ridurre le distanze tra questi strumenti e la realtà del territorio, facendoli entrare nella quotidianità delle comunità persino rendendoli capaci di recepire nuove istanze.

Soltanto questa convergenza di azioni tra Territorio e Istituzioni potrà essere capace di rimuovere gli ostacoli, garantire soluzioni efficaci e attivare le sinergie di un approccio culturale ed esperienziale attivo, innovativo e continuo: il vero Sistema Frenante della folle corsa del “convoglio dell’insostenibilità”.

Conclusioni

Normalmente un economista non dovrebbe avventurarsi nel campo della Fisica, ma ci sono cose che si studiano alle scuole superiori e non si dimenticano più. Il secondo principio della termodinamica, ad esempio, ci dice che nell’universo conosciuto molti eventi sono irreversibili e per mettere ordine è necessario impiegare energia: se vogliamo che il nostro freezer continui a conservare il freddo nella cella dove teniamo i gelati, anziché portarla a temperatura ambiente, dobbiamo accertarci che l’apparecchio sia alimentato da energia elettrica. Da questo deriveremo poi che tutto ciò che ha un prezzo, se non ce l’ha pecuniario, ce l’ha energetico: non esiste pasto gratis. Ciò che possiamo fare è cercare di scegliere un pasto di nostro gusto, di minimizzare il costo che dovremo pagare e magari di scegliere il modo in cui pagarlo.

Nello sforzo di essere sostenibili, le cose non vanno molto diversamente: quando ci si accorge che un rimedio potrebbe fare al caso nostro, per annullare o mitigare un effetto deteriore dell’azione umana sui consumi di risorse, va comunque calcolato un costo di applicazione di quel rimedio sostenibile.

Questo calcolo il più delle volte resta soltanto sottinteso: è facile capire che per la maggior parte degli ambiti di ricerca che si cimentino sulle tematiche della sostenibilità le competenze scientifiche richieste per realizzare una computazione affidabile, sono talmente numerose, che rappresenta una sfida il solo metterne in piedi una formulazione credibile. Sulla constatazione del riscaldamento globale troviamo una montagna di pubblicazioni e numerosi modelli di studio dell’evoluzione del clima che richiedono una gigantesca interdisciplinarietà: geofisica, fisica dell’alta atmosfera, fisica dei proxy solari, geofisica e vulcanologia, biologia, ecologia, geologia marina, chimica degli oceani, biologia degli oceani, botanica, eccetera. Diciamo che se volessimo davvero disporre in una sola stanza un ente che capisca davvero del riscaldamento globale avremmo bisogno di una sessantina di specialisti mal contati.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
D
Luciana Di Giamberardino
Sustainability Specialist.
Argomenti trattati

Approfondimenti

G
Green Deal

Articolo 1 di 5