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Agici-Accenture: accelerando sulla rinnovabili l’Italia può ridurre la sua dipendenza energetica

Secondo lo studio diffuso in occasione dell’Osservatorio Utility, l’Italia con un massiccio investimento nelle fonti pulite avrebbe la possibilità di fare a meno del gas russo già nel 2023 e traguardare con largo anticipo i suoi obiettivi al 2030

06 Mag 2022

Gianluigi Torchiani

In un mercato dell’energia che è stato recentemente sconvolto da fenomeni estremi come la pandemia e la crisi Ucraina, le utility devono aumentare i propri sforzi per spingere al massimo possibile la produzione da fonti rinnovabili. Questa la principale conclusione dell’annuale edizione dell’Osservatorio Agici/Accenture sulle utility, che dopo tre anni si è svolto finalmente in presenza. Come ha infatti messo in evidenza Marco Carta, amministratore delegato di Agici, “Negli ultimi 3 anni è successo di tutto e di più. Prima abbiamo avuto la pandemia, che ha portato a un crollo della domanda, con prezzi del gas e petroliferi che in certi momenti si sono ridotti quasi a zero. Poi si è poi deciso di uscire da questa crisi investendo massicciamente sulla sostenibilità, tanto da varare il PNRR. Poi abbiamo avuto il conflitto Russia-Ucraina che ha messo in luce in maniera impietosa le fragilità del sistema energetico nazionale ed europeo, imponendo un ripensamento delle politiche energetiche, che è ancora oggi in corso”. Per quanto riguarda l’Italia, come evidenziato da Sandro Bacan, Accenture Innovation Lead, il problema è noto: l’eccessiva dipendenza dal gas, in particolare da quello russo. Più precisamente il nostro Paese presenta un fabbisogno annuo di 76,1 miliardi metri cubi di gas, per il 96% soddisfatti dall’import estero. Il 40% di questo import, come noto, arriva proprio dalla Russia, che rappresenta il nostro fornitore principale più importante. Una dipendenza dalle importazioni che si è particolarmente accentuata negli ultimi 20 anni, a causa della diminuzione della produzione interna (-80%). Inoltre, l’Italia non è riuscita a costruire un’adeguata capacità di backup, tanto da avere in operatività soltanto tre rigassificatori.

Gli impatti del caro energia

“L’ultimo anno è stato un vero shock per il settore energetico, che si è tradotto in enormi aumenti prezzi del gas ed elettricità, con una enorme volatilità. L’impatto più significativo è stato per quei consumatori ancora presenti nel mercato tutelato. D’altra parte poche imprese avevano optato per un prezzo fisso e molte di meno avevano adottato forme di copertura finanziaria, dunque si sono trovate gravemente esposte all’innalzamento dei prezzi”, ha evidenziato Bacan. Diverso è stato invece l’impatto sugli operatori del settore energetico: le principali aziende del settore hanno saputo reagire bene, gestendo lo shock dei prezzi in maniera tranquilla, grazie anche all’impiego di appositi strumenti finanziari. Diverso è invece il discorso per gli operatori più piccoli: sullo sfondo c’’è il potenziale consolidamento del mercato retail nazionale, dove oggi ci sono circa 700 operatori. Alcuni dei quali sono parecchio sotto stress per via delle dinamiche di mercato e potrebbero dunque essere acquisiti da attori di maggiori dimensioni.

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Due scenari per la decarbonizzazione

In questo contesto, cosa può fare il settore energetico nazionale per ridurre la sua dipendenza e aumentare la propria decarbonizzazione? Secondo Agici/Accenture una strada è naturalmente quella di accelerare sulle Fer, sia attraverso la costruzione di nuovi impianti che con il revamping, che porterebbe sia a una riduzione delle emissioni nazionali che a un aumento dell’indipendenza energetica nazionale. Effetti simili si avrebbero anche dalla efficienza energetica, mentre sul biometano può aiutare anche nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento gas. La strada di una maggiore flessibilità sul fonte gas, ovvero l’aumento delle importazioni da Paesi diversi dalla Russia, rappresenta una strada praticamente obbligata nel breve periodo per assicurare la tenuta del sistema economico nazionale, ma nel lungo periodo rischia di creare le condizioni per perpetuare una dipendenza dall’Italia.

Per questo motivo serve una strategia alternativa più articolata, che Accenture ha sostanzialmente racchiuso in due diversi scenari, costruiti simulando un mix di interventi fondati su 4 leve principali: l’accelerazione sull’installazione di rinnovabili, l’incremento della produzione di biometano, l’aumento dell’efficienza energetica e la diversificazione delle importazioni di gas. In entrambi i casi, comunque, si punta ad anticipare gli obiettivi fissati al 2030 sulla decarbonizzazione. Più nel dettaglio, lo scenario «green acceleration»: prevede un elevato focus sugli interventi che consentono una riduzione della domanda di gas naturale, attraverso una forte accelerazione sulle rinnovabili (nei prossimi 3 anni – 20 Gw/anno), target aggressivi per la produzione di biometano (8 bmc al 2030) e il mantenimento di un elevato tasso di interventi di efficienza energetica (fino a 1,5% di tasso annuo). Simile è invece lo scenario «progressive growth», basato infatti sull’utilizzo di leve analoghe, che prevede un tasso di crescita più progressivo. In particolare, lo sviluppo delle rinnovabili procede con un’accelerazione più moderata (da 2 a 15 Gw/anno nel periodo 2022-2030), il target di produzione del biometano è più limitato (3 bmc) e il tasso di interventi di efficienza energetica arriva fino all’1%. Con questo ultimo scenario, si potrebbe raggiungere l’indipendenza dal gas russo nel 2024 e traguardare i target nazionali di decarbonizzazione nel 2028; l’aspetto negativo è che per un biennio almeno sarebbe necessario garantire una quota piccola ma significativa di elettricità nazionale da una fonte inquinante come il carbone. Nello scenario accelerato, invece, l’inoendenza dal gas russo potrebbe essere già nel 2023, mentre i target di decarbonizzazione nel 2025, minimizzando la produzione termoelettrica a carbone e non richiedendo necessariamente il ricorso a nuove infrastrutture di rigassificazione e all’ampliamento della capacità dei gasdotti esistenti. Soprattutto sarebbe possibile arrivare a una riduzione cumulata della domanda di gas di 190 bcm nel periodo 2022-2030, garantendo una diminuzione cumulata netta di CO2 di 68 Mt.

Cosa serve per l’indipendenza energetica

Ovviamente per raggiungere un traguardo di questo tipo occorre agire su una serie di leve indispensabili, in particolare sulla parte di semplificazione dei processi normativi e del permitting (su cui tra l’altro sembrano andare i recenti provvedimenti del Governo), nonché l’adeguamento delle infrastrutture e un quadro stabile per investitori e consumatori. Ma la convinzione di Accenture che non si tratti di traguardi impossibili. “20 GW annui per l’Italia possono sembrare una mission impossible, ma 10 anni fa (ai tempi del Conto energia fotovoltaico, ndr) ne avevamo fatti 11, in un contesto in cui non c’erano le attuali competenze e le tecnologie costavano molto di più rispetto a oggi. Le aziende utilities ed energia devono creare un ecosistema virtuoso attorno alle rinnovabili onshore e offshore, in particolare eolico e fotovoltaico. Gli investimenti devono essere parte di un approccio sistemico alla decarbonizzazione che oggi è possibile grazie alla digitalizzazione. L’internet delle cose, l’intelligenza artificiale ed i big data saranno i fattori critici di successo di questo nuovo sistema energetico”, ha evidenziato Claudio Arcudi, Responsabile Energy & Utility di Accenture Italia ( a cui dedicheremo nei prossimi giorni un’intervista su Energyup.Tech).

Il punto di vista delle utility

L’invito ad accelerare sulla transizione energetica è stato accolto dai manager di alcune delle principali utility nazionali, senza però nascondere le problematicità che questa svolta comporta: “Il costo dell’energia rappresenta un fattore chiave nella competitività del sistema Paese. Ad esempio: perché in passato non abbiamo costruito i rigassificatori? Certo ci state sono pecche geopolitiche, ma utilizzare il GNL e poi ritrasformarlo in gas presenta costi molto maggiori al MWh rispetto al gasdotto. Dobbiamo preoccuparci delle fonti, della resilienza, ma dobbiamo prestare attenzione anche ai costi, specie in un Paese manifatturiero come il nostro. Il problema non è solo italiano ma anche europeo, perché l’Europa è priva di materie prime energetiche, uranio compreso e litio. Sulle rinnovabili c’è anche un tema infrastrutturale: occorre considerare che questi nuovi impianti sarebbero costruiti prevalentemente al Sud e che l’energia andrebbe poi trasportata. Sono poi convinto che il tema dell’efficienza energetica sia fondamentale: se noi pensassimo di rendere indipendente l’Italia, dobbiamo iniziare innanzitutto a diventare più efficienti, ad esempio abbandonando gli attuali sistemi di riscaldamento basati sul gas”, ha spiegato Marco Patuano, Presidente del Consiglio di Amministrazione di A2A e Presidente del Comitato per la Sostenibilità e il Territorio.

Gianni Vittorio Armani, Ceo di Iren, ha sottolineato come “La scelta dell’Ue di rendersi autonoma dalle fonti energetiche estere con le rinnovabili è giusta. Già oggi il kwh rinnovabile è quello che costa meno. È chiaro che arrivare agli obiettivi di decarbonizzazione richiede un sistema complessivo che lavori in quella direzione. Già nel 2010 si pensava che gli incentivi sarebbero bastati a tirare sù il sistema, ancora oggi paghiamo quei 2 anni entusiasmo. Ci vuole anche una maggiore accettazione sui territori, ci lamentiamo del fenomeno Nimby ma pochissime aziende impiegano tempo nel coinvolgimento delle comunità locali. Sono convinto che le comunità energetiche, se gestite bene, possono essere uno strumento che può davvero favorire lo sviluppo delle rinnovabili”. Sulla transizione energetica ha parlato anche Nicola Lanzetta, Direttore Italia del Gruppo Enel: Non ci possiamo permettere il lusso di essere così dipendente da combustibili fossili. Anche se non avessimo a cuore ambiente, da un punto di vista economico e di indipendenza energetica occorre fare una svolta di questo tipo. Se oggi avessimo una generazione elettrica del 70% da rinnovabili rispetto ad attuale 40%, a questi prezzi del gas avremmo risparmio secco del 35% in bolletta”.

Giuseppe Argirò di CVA ha invece lanciato l’allarme sulle prospettive di una fonte come l’idroelettrico: “L’idroelettrico rappresenta ancora la fonte rinnovabile più importante, ma gli impianti in funzione sono frutto di investimenti fatti tra anni Trenta e sessanta. Magari non è possibile costruire ulteriori nuovi grandi impianti, ma dal revamping e dal repowering potrebbe arrivare un grande contributo alla decarbonizzazione del settore, anche perché l’idroelettrico costituisce una fonte programmabile. Ma serve l’orizzonte temporale per fare gli investimenti”. Invece, oltre il 70% degli impianti idroelettrici in Italia ha più di 40 anni e l’86% delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche è già scaduto o scadrà entro il 2029. Sullo sfondo c’è poi la liberalizzazione del settore, decisa di recente dal Governo, che secondo Argirò rischia di far cadere degli asset strategici come le centrali idroelettriche in mani straniere.

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Gianluigi Torchiani

Nato a Cagliari nel 1981, giornalista professionista, scrive da quindici anni di tecnologia ed energia. Dal 2014 è editor per il Gruppo Digital360

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