Dietro la crescita delle bollette elettriche italiane c’è la corsa del gas - Energyup

Intervista

Dietro la crescita delle bollette elettriche italiane c’è la corsa del gas

Claudio Baccianti, project manager di Agora Energiewende, evidenzia come la transizione ecologica non sia responsabile dell’imminente aumento dei costi dell’elettricità, che è piuttosto legato ai problemi di fornitura del metano

17 Set 2021

Gianluigi Torchiani

Il tema della crescita delle bollette elettriche è diventato improvvisamente d’attualità in Italia, dopo le recenti dichiarazioni del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che ha paventato un prossimo aumento dei prezzi del 40%. Una notizia che ha scatenato il dibattito tra addetti ai lavori e non, molti dei quali hanno puntato il dito sulle presunte responsabilità della transizione energetica. Ma le cose stanno davvero così? Ne abbiamo parlato con Claudio Baccianti, economista e project manager presso Agora Energiewende, uno dei principali think tank europei in materia di politica energetica e climatica, fondato nel 2012 e forte di un team di più di 90 persone .

Cosa si intende con questo aumento delle bollette elettriche del 40% di cui si parla da giorni? Colpirà solo i consumatori privati o anche le imprese?
Quello di cui si parla è il risultato di una tempesta perfetta di forti aumenti dei prezzi di gas naturale, carbone e permessi di emissione della CO2 in tutta Europa e un calo della produzione di energia eolica nel Nord Europa, che si è tradotta in impennate nei prezzi dei mercati elettrici su tutto il continente. Il 40% ventilato dal ministro Cingolani si riferisce alla sola componente energia delle bollette, circa il 55% del prezzo al kWh per le tariffe regolate, e non all’intera bolletta come erroneamente viene spesso riportato. Dal 1 maggio, il prezzo del gas naturale nel mercato olandese, un riferimento per l’Europa continentale, è più che raddoppiato. Nello stesso periodo, il prezzo della CO2 nel mercato europeo ETS è aumentato di circa il 20%. Cosa cambierà per consumatori e imprese? L’impatto dipenderà dal loro tipo di contratto di fornitura, in ogni caso entrambe le categorie saranno affette dal caro energia.

A suo giudizio, l’aumento costituisce soltanto una possibilità o è qualcosa di certo, a meno di correttivi in extremis?
Gli incrementi sul prezzo dell’energia elettrica nel mercato all’ingrosso, se non temporanei, si traducono inevitabilmente nel tempo in aumenti nel prezzo finale per i consumatori. Alcuni governi, tra cui quello italiano e spagnolo, vogliono intervenire per ridurre l’impatto sui consumatori finali. Un modo per farlo è ridurre le componenti di oneri e imposte per controbilanciare l’aumento della componente della materia prima. Il problema è che questi interventi sono molto costosi per le casse dello Stato e sono solo palliativi di breve termine.

L’aumento interesserà altri Paesi europei o colpirà intensamente soltanto l’Italia?
I mercati dell’energia elettrica dei diversi paesi europei sono fortemente interconnessi e gli scambi portano a un aumento generalizzato in tutta Europa. Fino ad ora i consumatori italiani sono stati meno esposti ai rincari rispetto a quelli in altri paesi. Dai dati Eurostat sui prezzi al consumo osserviamo già aumenti tra il 10% e il 25% dei prezzi dell’elettricità per le famiglie in paesi come l’Austria, la Polonia, la Norvegia e la Spagna nel periodo da Dicembre 2019 a Luglio 2021. L’Italia in questo periodo ha registrato invece solo un 1% di aumento.

Claudio Baccianti, economista e project manager presso Agora Energiewende,

Veniamo alle cause: quali sono quelle principali che possono spiegare questa ascesa repentina dei prezzi dell’elettricità?
Uso le parole del ministro Cingolani: l’80% degli aumenti in Italia è dovuto all’aumento dei prezzi del gas naturale. Ci sono stati e sono ancora in corso problemi nelle forniture di gas sia dalla Russia che dalla Norvegia, i nostri principali fornitori. Il resto, come già sottolineato, viene da altri fattori legati ai prezzi del carbone e della CO2 e alla produzione di energia eolica nel Nord Europa.
Perchè la transizione energetica non può essere considerata una causa reale del Caro bolletta?
Chi tira in ballo la transizione energetica si riferisce a due fattori. Il primo è l’aumento del prezzo della CO2, passato da circa 30 euro a tonnellata di CO2 a fine 2020 a 60 euro oggi. Se però consideriamo l’intensità media di CO2 di un kWh in Italia, pari a circa 230 g/kWh, si capisce che l’impatto diretto del raddoppio dei prezzi della CO2 sul prezzo dell’elettricità non dovrebbe superare 1 centesimo di euro al kWh su tutto il periodo da inizio anno ad oggi. Il secondo fattore è il calo di produzione di energia eolica nel Nord Europa. Secondo qualcuno questo sarebbe un esempio dell’inaffidabilità delle rinnovabili. Bizzarro tirare fuori questo argomento mentre stiamo sperimentando l’inaffidabilità delle forniture di gas naturale. Alcuni commentatori tendono a confondere quello che sta succedendo oggi nei mercati elettrici europei con quello che potrebbe succedere in futuro a causa della transizione energetica. Siamo solo agli inizi della transizione, con una quota delle rinnovabili intermittenti inferiore al 20% della generazione elettrica totale nella UE (dati 2019 ).

Se l’Italia e l’Europa avessero avuto una penetrazione più marcata di rinnovabili nel proprio mix elettrico, questo rialzo attuale avrebbe potuto essere più limitato?
Limitatamente all’effetto dell’esplosione dei prezzi del gas naturale, è abbastanza incontrovertibile che non avremmo subito questo shock di costi se non usassimo il gas in quantità massicce per produrre elettricità. Espandere la produzione da fonti rinnovabili è un modo di ridurre l’esposizione alle forniture di gas. Lo ha sostenuto qualche giorno fa anche Carlo Tamburi, direttore Italia del gruppo Enel.

Si parla spesso dei costi della transizione energetica al 2050: esistono? In quanto possono essere stimati?
La transizione energetica comporta costi aggiuntivi rispetto allo status quo, almeno inizialmente, per un motivo molto semplice: l’obiettivo è proprio quello di far pagare a consumatori ed imprese i costi sociali prodotti dall’emissione di gas serra, in gran parte derivanti dall’uso di energia da fonti fossili. Se tutte le tecnologie pulite fossero già meno care di quelle sporche, le utilizzeremmo già da tempo. Il punto però è quanto alti sono questi costi aggiuntivi. In economie molto produttive come quelle europee e di altri paesi avanzati, questi costi sono in realtà a livello macroeconomico limitati, come confermano i risultati dei modelli utilizzati dalla Commissione Europea per le analisi di impatto. Gli investimenti aggiuntivi richiesti, stimati intorno al 2% del PIL per l’Unione Europea dalla Commissione e da altri enti pubblici e privati, non sono solo dei costi. In economie depresse come le nostre, un aumento degli investimenti pubblici e privati potrebbero essere uno stimolo all’economia. Tuttavia, è importante avere ben presente cosa si nasconde dietro i numeri aggregati. Alcuni settori industriali e talune categorie di lavoratori sono molto esposti e vulnerabili al potenziale aumento del costo dell’energia e all’abbandono delle tecnologie che utilizzano fonti fossili. Il punto è ormai chiaro a tutti da tempo, tanto che a Bruxelles il termine Just Transition è uno dei più utilizzati dal lancio dell’EU Green Deal nel 2019. I potenziali effetti sulla competitività di alcune industrie energivore, inquinanti ed esposte alla competizione internazionale, come il settore siderurgico, sono spesso al centro del dibattito europeo sulle politiche per il clima.

In Italia si è tornato recentemente a parlare di nucleare: che potenzialità avrebbe di compensare la crescita della bolletta elettrica nel lungo termine?
Quando parliamo di nucleare in Italia, parliamo di scenari a 15-20 anni. Dobbiamo chiederci quale sia la competitività di questa tecnologia su questo orizzonte temporale. A differenza di altri paesi come la Germania, dove il punto è decidere di spegnere o meno le centrali esistenti, in Italia dobbiamo costruire tutto da zero e superare il divieto imposto da due referendum. Il nucleare ridurrebbe la nostra dipendenza dal gas naturale, ma porterebbe altri rischi che non devono essere sottovalutati. L’anno scorso alcuni reattori nucleari in Francia sono stati temporaneamente spenti a causa della siccità, dato che hanno bisogno di enormi quantità di acqua per il raffreddamento. Il Sud Italia non è messo molto bene su questo fronte e la situazione è prevista in peggioramento con il riscaldamento globale. Se tutti i paesi si mettessero ad investire ampiamente in nuove centrali nucleari, l’offerta di uranio terrebbe il passo? Notare che in questi giorni il prezzo dell’uranio ha raggiunto i massimi dal 2012 a causa, come riporta la stampa finanziaria, della sola speculazione di alcuni investitori che puntano sul nucleare come tecnologia vincente dalla decarbonizzazione dell’economia mondiale. Molto interessante è poi il New Energy Outlook 2021 di Bloomberg New Energy Finance, che ha simulato due scenari di decarbonizzazione globale, uno basato sulle rinnovabili e uno con un alto utilizzo di reattori nucleari di nuova generazione (SMR): la conclusione è che il secondo scenario non richiederebbe certo meno investimenti del primo.

Con quali misure potrebbe essere allora limitato questo aumento delle bollette nel breve periodo?
Con sussidi diretti o tagli temporanei a imposte e oneri di sistema. I governi dovrebbero concentrare lo sforzo sul proteggere gli individui a basso reddito, le piccole imprese e l’industria pesante. Come finanziarle? Un buon esempio viene dalla Spagna. L’intervento temporaneo per 2,6 miliardi di euro del governo spagnolo per ridurre le bollette verrà per la maggior parte finanziato mettendo le mani nei profitti dalla produzione di elettricità, soprattutto dalle rinnovabili, che al momento sta generando profitti straordinari proprio grazie ai rincari. In linea di principio, questi interventi non dovrebbero utilizzare i ricavi dalle aste del mercato della CO2 per compensare gli effetti dovuti ai rincari di gas naturale e carbone.

È possibile pensare di arrivare a una decarbonizzazione completa del settore elettrico con il solo apporto delle rinnovabili?
Ci sono molti studi che valutano positivamente la possibilità di decarbonizzare quasi esclusivamente con le rinnovabili. Gli scenari di decarbonizzazione per l’Europa della Commissione e della IEA non prevedono aumenti di generazione da nucleare. Un sistema energetico che si basa prevalentemente sulle rinnovabili è molto diverso da quello che abbiamo oggi. La produzione da rinnovabili intermittenti, come solare e eolico, dovrà essere accompagnata da sistemi di accumulo come batterie e idrogeno, nonché da sistemi di gestione intelligente della domanda. Il consumo di territorio del fotovoltaico può essere contenuto utilizzando il più possibile i tetti di strutture commerciali, industriali e residenziali, aree industriali dismesse e quelle agricole (agrivoltaico). Inoltre, la decarbonizzazione deve avvenire a livello europeo con una forte integrazione dei mercati nazionali, in modo da poter ridurre i costi specializzando le produzioni di eolico e solare nelle aree dove sono più produttive.

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Gianluigi Torchiani

Giornalista classe 1981, scrive abitualmente di tecnologia ed energia. Editor Gruppo Digital360

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