Analisi

Energia nucleare: per l’Italia un ritorno difficile

Michele Masulli, Direttore area energia di I-Com, evidenzia come il nostro Paese stia già giocando un ruolo importante nella ricerca di settore

Pubblicato il 28 Feb 2023

L’energia nucleare agita sempre il dibattito nel nostro Paese: lo scorso lunedì è trapelata per poche ore la possibilità della partecipazione dell’Italia a un vertice informale dei ministri dell’energia europei sul nucleare. Una notizia che stava già facendo montare le polemiche, tanto che il Ministero dell’Ambiente della Sicurezza energetica si è dovuto affrettare a diffondere una nota, precisando che “Non è prevista la presenza di nessun rappresentante italiano domani (martedì 28 febbraio, ndr) a Stoccolma a incontri che avranno per oggetto la tematica del nucleare”. Un piccolo episodio che testimonia quanto l’energia atomica nel nostro Paese sia un argomento quanto mai delicato. Ma quali sono le prospettive di questa fonte energetica nel nostro Paese? Qual è il quadro a livello europeo e globale? Ne abbiamo parlato con Michele Masulli, Direttore Area Energia di I-Com (Istituto per la competitività), secondo cui il ritorno all’atomo del nostro Paese è a dir poco complicato. “Ci sono numerose problematiche in Italia che riguardano il rapporto tra l’energia e i territori: nel nostro Paese fatichiamo a installare impianti fotovoltaici ed eolici di una certa dimensione, costruire una centrale nucleare di terza generazione appare dunque davvero complesso. È ragionevole pensare che nel 1987 l’Italia abbia commesso un errore strategico nell’abbandonare il nucleare, ma ripristinarlo oggi rischia di essere fuori tempo massimo rispetto ad altre soluzioni. D’altra parte non mi pare che ci sia un’intenzione in tal senso: se andiamo a vedere i programmi elettorali con cui le forze politiche di maggioranza si erano candidate possiamo notare che più che un immediato ritorno al nucleare, quello che le accumunava un impegno sulla ricerca nel settore. Ovvero sulla quarta generazione, gli small modular reactors e le altre tecnologie di ricerca”.

Il nucleare come pilastro del sistema energetico europeo

Michele Masulli, Direttore Area Energia di I-Com,

La peculiare situazione dell’Italia, però, non deve fare dimenticare il ruolo del nucleare a livello europeo e globale, che è invece piuttosto consolidato e chiamato a fornire un contributo importante in tutti gli scenari di decarbonizzazione al 2050. “Il nucleare è da diversi decenni un pilastro del sistema energetico europeo ed è la principale fonte di generazione elettrica; ci sono 13 Paesi che producono elettricità grazie all’energia atomica, tra cui la Francia, nel quale costituisce di gran lunga la principale fonte di generazione. In Italia siamo abituati a pensarlo come qualcosa di estraneo al mix energetico, invece è una fonte ancora oggi fondamentale per la stabilità e la sicurezza del sistema, oltre che per la sua decarbonizzazione, anche perché di tratta di una fonte programmabile, che può dunque essere bene accoppiata con l’intermittenza delle rinnovabili. Nonché per la produzione di idrogeno pulito, come testimoniato dalla recente discussione intorno a H2Med”. La stessa inclusione nella tassonomia europea è stata un inevitabile riconoscimento del ruolo dell’atomo nel sistema energetico continentale.

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I problemi degli ultimi anni

Eppure, nel Vecchio continente il momento storico del nucleare non è certo dei migliori: l’età media dei reattori è piuttosto avanzata e lo stesso contributo al fabbisogno elettrico continentale è in discesa. Da una quota del 33% del 2000, si è passati al 25% nel 2021 e al 22% nel 2022. L’anno appena terminato in particolare, è stato parecchio negativo per il nucleare, anche per effetto della siccità, che ha comportato periodi di fermo prolungati per le centrali francesi (in assenza della disponibilità idrica per il raffreddamento dei reattori): “Nel 2022 si è registrato un consistente calo della generazione di energia da nucleare: la Francia – che storicamente è il maggiore esportatore di elettricità europeo – a causa del fermo di numerose centrali, si è ritrovato a essere un importatore netto da Spana, Germania e UK. Questo ha comportato un’ulteriore pressione sui prezzi, con un aumento della generazione termoelettrica europea da carbone. Al di là del 2022, da alcuni anni in Europa comunque la traiettoria del nucleare è in discesa, anche se con una diversità di scelte tra i diversi paesi: la Germania, nonostante un certo rallentamento, continua ad andare verso il phase out, che dovrebbe essere terminato entro l’aprile di quest’anno. Invece la Finlandia dovrebbe avviare un ulteriore reattore e anche la Slovacchia ha visto nel 2022 l’entrata in funzione di un nuovo impianto (tra l’altro da parte di una società partecipata da Enel). Infine il Belgio ha chiuso recentemente una centrale”.

Costi fissi elevati

Il quadro è molto diverso nel resto del mondo, dove numerosi Paesi emergenti (tra cui la Cina) sono impegnati nella costruzione di nuove centrali. Tanto che, secondo gli scenari Net zero della Iea, al 2050 si prevede che il 90% dell’elettricità globale sarà prodotto dalle rinnovabili ma il rimanente 10% sarà comunque appannaggio del nucleare.
Ma cosa spiega questa differente traiettoria? “In Europa il parco di reattori ha un’età abbastanza avanzata, quindi occorre fare degli investimenti importanti per rinnovarli ed alcuni Paesi hanno preferito scegliere altre strade. Permangono, inoltre, si pensi alla coalizione di governo della Germania, preoccupazioni relative alla sicurezza e all’impatto ambientale delle centrali. In aggiunta i costi fissi del nucleare sono elevati, molto maggiori rispetto alle altre fonti energetiche sia in Europa che in Usa. Infine, anche nei progetti avviati si sono registrati ritardi molto significativi e costi spesso notevolmente superiori rispetto a quanto previsto inizialmente”.

Proseguire sulla strada della ricerca

Le tempistiche, in particolare, rappresentano un ostacolo non da poco: un progetto avviato oggi significa ragionevolmente attendersi l’entrata in funzione della centrale tra 15-20 anni. Quando cioè il quadro energetico attuale dell’UE sarà completamente diverso da quello attuale, con una quota molto più elevata delle fonti pulite. Questi limiti delle attuali tecnologie però non devono precludere un investimento nella ricerca, che tra l’altro ci vede già protagonisti: “Enea con Frascati è parte di progetti avanzati sulla fusione, abbiamo anche startup molto interessanti nel settore, come Newcleo, che stanno sviluppando dei mini reattori alimentati con gli scarti dei combustibili nucleari, in un’ottica di circolarità. Recentemente c’è stato un importante annuncio sulla fusione nucleare negli Usa con la tecnologia a confinamento magnetico. La stessa Eni è molto attiva nella ricerca con partnership negli Usa. La strada della ricerca va dunque percorsa e l’Italia deve esserci. È chiaro però che, anche in questo caso dovrà passare parecchio tempo prima che queste innovazioni assumano una dimensione industriale e commerciale”, conclude Masulli.

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Gianluigi Torchiani

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